Sintesi tratta dal volume
M. A. AMUCANO , R.D'ORIANO , A. SANCIU Da Olbia a Terranova.
Itinerari storici,archeologici, monumentali
I manufatti più antichi rinvenuti nel territorio di Olbia (da intendersi geograficamente e non amministrativamente) risalgono al Neolitico Medio (4000-3500 a. C.), con ceramiche provenienti dalle località Campu Majori e da Porto Rotondo e la celebre statuetta di "Dea Madre" di Santa Mariedda, mentre purtroppo è andato distrutto il circolo tombale di San Pantaleo, forse simile a quello di Li Muri di Arzachena.
Pochi reperti mobili attestano il Neolitico Recente (3500-2700 a. C.), mentre per l'Età del Rame (2700-1800 a. C.) importantissime sono le figure umane schematiche in pittura rossa e bruna scoperte nei primi Anni Novanta nella Grotta del Papa di Tavolara. L'Età del Bronzo Antico (1800-1600 a. C.) è forse documentata dal primitivo corridoio sepolcrale di Su Monte 'e S'Abe, poi ingrandito con l'esedra in età nuragica e trasformato definitivamente in tomba di giganti. Con l'Età Nuragica, che abbraccia l'Età del Bronzo Medio, Recente e Finale (1600-1000 a. C.), l'agro olbiese vede la vera e propria esplosione demografica con svariati villaggi, nuraghi di varia tipologia: a tholos (n.Casteddu; n. Cabu Abbas ecc.); a corridoio (n. Belveghile), cime fortificate (Pinnacula; Nuragheddu); tombe di giganti (Su Monte'e S'Abe, Contras, Labìa ecc.), pozzi sacri (Sa Testa, Milis, L'Aranciu, Cugnana) ed un cospicuo numero di reperti, che provano l'apertura di questo territorio ai contatti extrainsulari. E' nel momento di declino della civiltà dei nuraghi, nell'VIII secolo a. C., che nuovi visitatori iniziano ad affacciarsi sul Golfo di Olbia, attratti dalla sicurezza dell'approdo e dai bassi fondali adatti per l'allevamento del pesce e la raccolta del sale. Recenti ritrovamenti, significativi anche se ancora scarsi, provenienti dal territorio e dal sottosuolo della città, portano ora a credere ad una frequentazione ininterrotta del sito dove poi sorse Olbia dall'VIII al VI sec. a.C, in accordo con quanto narrato da scrittori greci e romani circa la fondazione di Olbia da parte di Iolao, nipote e compagno di Eracle, in un passato nebuloso che aveva preso ormai contorni mitici. Ceramiche prima prevalentemente fenicie (metà VIII-metà VII sec. a C.) poi prevalentemente greche (metà VII-VI sec. a. C.) sembrano sempre più delineare una qualche forma insediativa alquanto stabile, spiegando forse la scelta del nome greco della città: Olbìa = felice. Sicura è invece la costruzione di una città programmata da parte dei Cartaginesi nella metà del IV secolo a. C., nel quadro del rafforzamento delle posizioni strategiche nella Sardegna in chiave anti-romana ed anti-siracusana. La "nuova" città, ubicata in fondo al golfo e munita di cinta muraria, piano urbanistico a maglie ortogonali, un santuario principale presso il colle di San Paolo ed estese quanto ricche necropoli, mostrò subito una grande vitalità commerciale, nelle importazione come nelle esportazioni. Un tratto delle mura occidentali, con relativa porta d'ingresso fiancheggiata da torri, è ancora visitabile in Via Torino a testimoniare l'importanza anche urbanistica della colonia punica, le cui necropoli ci hanno restituito ricchissime testimonianze archeologiche. Dopo la sconfitta cartaginese nella Prima Guerra Punica, Olbia passò nel 238 a.C. in mano romana, insieme a tutta la Sardegna, accrescendo col tempo la sua prosperità grazie alla felice posizione strategica. Inizialmente la città non conobbe sostanziali mutamenti nel suo impianto urbanistico. Il suo porto, il più prossimo alle coste laziali, oltre ad essere il principale punto d'imbarco del grano sardo destinato a Roma ed inserito al centro di una rete di traffici con la costa tirrenica della Penisola, dell'Africa e della Spagna, forse divenne importante anche come base militare, per la probabile presenza di un distaccamento della flotta di Miseno. Col tempo la città venne forse insignita del titolo di municipium già nel corso del I secolo d.C., arricchendosi di importanti e fastose domus come di opere pubbliche. Furono lastricate le strade, si edificarono due edifici termali ed un acquedotto, un tempio suburbano fu dedicato a Cerere da Atte, concubina di Nerone, che probabilmente soggiornò in città in un periodo dal 63 al 65 d.C. La stessa Atte era anche proprietaria di una fabbrica di laterizi, il cui bollo Actes Aug(usti) L(liberta) è stato rinvenuto in numerosi mattoni provenienti da vari scavi. Fra il 456 ed il 468 Olbia subì, come tutto il resto della Sardegna, l'invasione dei Vandali, che segnò anticipatamente la fine del mondo antico per l'Isola. Il gigantesco scavo del porto antico, avvenuto in occasione della realizzazione del tunnel sul lungomare cittadino, e che ha consentito la ricostruzione della vita del porto antico e della sua topografia dalla nascita della città al XVIII secolo, ha anche provato l'attacco dei Vandali, cui si deve l'affondamento in porto di alcuni dei 24 relitti rinvenuti, ed il successivo tracollo della città antica nel V sec. d.C. Per iniziativa dell'imperatore d'Oriente Giustiniano, che intraprese la riconquista dell'Occidente caduto in mano barbara, la Sardegna venne riconquistata dalle truppe bizantine nel 534 d.C. Agli anni immediatamente successivi alla riconquista si data lo spettacolare castrum proto-bizantino di Mont'a Telti, posto a cinque chilometri da Olbia, nell'entroterra. Negli ultimissimi anni del VI secolo la città appare come sede vescovile ripristinata dal papa S. Gregorio Magno, ma col nuovo nome di Fausiana, la cui localizzazione è forse da vedersi dell'area sub-urbana della ex cattedrale di San Simplicio. Lunghi secoli di buio seguono questi eventi, ma per tutto l'Alto Medioevo la città sembra sopravvivere, col suo porto ancora attivo e, forse, anche con una nuova cinta muraria che ritagliava uno spazio interno e più elevato all'interno della più ampia area occupata un tempo dalla città punica e romana. Nel 1113 la città riappare nelle cronache della storia col nuovo nome di Civita. Capitale del piccolo Giudicato di Gallura, e sede vescovile, la rinascita di (Olbia)-Civita si collega essenzialmente alla ripresa delle attività portuali, conseguente all'allontanamento della minaccia araba. La recuperata floridezza, e la sua centralità amministrativa e religiosa, portò all'edificazione della chiesa-cattedrale di San Simplicio (fine XI-inizio del XII secolo), sorta in corrispondenza della tomba del santo martirizzato sotto l'imperatore Diocleziano agli inizi del IV secolo d.C. e nel mezzo di un'importante area cimiteriale. Col tempo il Giudicato gallurese perdette però sempre più la sua autonomia, passando progressivamente sotto il controllo della Repubblica marinara di Pisa e della famiglia Visconti (a cui si deve molto probabilmente la costruzione del Castello di Pedres), fino a che alla morte del giudice pisano Nino Visconti, amico di Dante (il "giudice Nin gentil" citato nella Divina Commedia), il piccolo regno venne confiscato da Pisa, il che portò forse all'ennesimo mutamento di nome della città, Terra Nova, che perdurò fino al 1939. Inizia nel 1323 la conquista spagnolo-aragonese della Sardegna, e Terra Nova fu una delle prime città a cedere le armi al nuovo conquistatore. Gli Aragonesi, che dominarono l'Isola per circa cinquecento anni, infeudarono la città, che rientrò quindi nella signoria prima e quindi della baronia di Terra Nova, poi elevata al rango di marchesato nel 1579. I secoli spagnoli vedono l'inesorabile decadimento del centro, dovuto anche al quasi abbandono nel quale -per vari motivi- gli Spagnoli lasciarono la parte orientale della Sardegna. Al progressivo interro del golfo interno, diventato quasi inagibile, si aggiunse il flagello delle incursioni piratesche, tra cui quella del corsaro turco Dragut, che distrusse e incendiò il centro abitato nel 1553. Si aggiungano pestilenze e diffusione della malaria e, conseguenza di tutto questo insieme di concause, il trasferimento dei diritti e del capitolo della Diocesi di Civita a quella di Ampurias nell'anno 1568. All'indomani della grave carestia che colpì la Sardegna alla metà del Seicento, la borgata di Terra Nova contava ormai solo 240 abitanti. Il lento ma inesorabile riscatto della città inizia dal 1718, quando col Trattato di Londra la Sardegna passa ai Piemontesi in cambio della Sicilia, precedentemente assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia coi trattati di Utrecht e Rastadt (1714). Terranova comincia ad avvantaggiarsi subito della politica riformistica di Carlo Emanuele III, che reinserì la Gallura nel circuito degli scambi tra la Corsica, la Francia meridionale e Genova. Tra alti e bassi la ripresa divenne definitiva ed accelerata con la riunificazione del Regno d'Italia e lo spostamento della capitale a Roma (1870), che rese il porto più prossimo alla penisola nuovamente privilegiato. Sotto il fascismo, nel 1939 venne deciso il ripristino dell'antico nome di Olbia in sostituzione di Terranova, e gli auspici legati all'aggettivo "felice" impliciti nell'antico nome vennero mantenuti oltre ogni previsione, anche se prima la città dovette subire i bombardamenti anglo-americani, con morti e distruzioni. Il vero e proprio "boom" della città -comunque, già avviata ad uno sviluppo notevole in virtù dello scalo-passeggeri- si ebbe però a partire dagli Anni Sessanta, con la creazione della Costa Smeralda, ed il conseguente vorticoso sviluppo turistico dell'area nord-orientale della Sardegna. Attualmente Olbia, che si accinge ad essere capoluogo della "Provincia Gallura", conta circa 50.000 abitanti, e viene definita "la porta della Sardegna" per i suoi importantissimi scali portuale ed aeroportuale, tra i più importanti d'Italia. Marco Agostino Amucano |
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